
C’era una volta la città. Un luogo grigio: grigi i palazzoni, grigio lo smog che i palazzoni li nascondeva, grigie anche le facce dei suoi abitanti, affaccendati lavoratori sempre di corsa dentro e fuori dagli uffici. L’azzurro del cielo e il verde dei parchi erano roba da paesino di provincia, in città non c’era posto. L’unica cosa che importava era crescere, sempre più uffici, sempre più gente, più negozi, più auto, più “modernità”.
Fino a quando tutti questi più non hanno iniziato a strabordare. Le città si sono riempite troppo di “modernità” e non è rimasto più spazio per le persone. Ce ne si è accorti durante il lockdown, che ha messo tutti di fronte all’inaspettata realtà che non serve trovarsi in centro per lavorare. Lo hanno gridato forte i ragazzi della generazione Greta, che pretendono il ritorno di quel verde spazzato fuori dalle tangenziali, perché non c’è futuro che non sia sostenibile. E poi c’è la tecnologia, la vera modernità. Lo strumento che disegna nel presente i contorni del futuro e che ha chiesto alle città di diventare più veloci, agili e accessibili, alla sua maniera.
E così quella città che c’era una volta, oggi non c’è più. Oggi tutto sta cambiando, ecco come.
LA LOTTA ALL’INQUINAMENTO
Trasporti e mobilità occupano una posizione di rilievo nella questione ambientale. Il settore dei trasporti è infatti responsabile del 16,2% delle emissioni su scala globale, del 30,4% in Europa (seppur vi sono settori che inquinano molto di più). Con il trasporto su strada che produce il 71,1% e le auto l’11,9% di CO2 presente nell’aria (fonte: Legambiente). E se la città del futuro deve essere sostenibile – lo chiede l’Europa e lo reclama la coscienza collettiva – va da sé che la sua mobilità dovrà rinnovarsi dal profondo.
I nuovi piani di mobilità urbana sostenibile
La nuova idea di mobilità urbana si riassume nella sigla PUMS – Piano Urbano di Mobilità Sostenibile, strategia obbligatoria in Italia per tutti i comuni con più di 100.000 abitanti, pena l’esclusione dai finanziamenti statali destinati a nuovi interventi per il trasporto di massa. Ad accomunare tutti i PUMS dello Stivale c’è l’obiettivo di ridurre gli spostamenti in auto all’interno dei confini cittadini.
Così, Milano prevede 200 km di linee metropolitane e 60 km di piste ciclabili. Roma vuol convincere il 50% dei capitolini ad abbandonare l’auto privata, con 38 km in più di metropolitana, 58 km di rete tramviaria e 4 km di funivie. Bologna ha chiesto a 440.000 dei suoi abitanti di scendere dall’auto e spostarsi sui futuri 700 km di piste ciclabili, o sui mezzi in sharing, agevolati da un bonus mobilità comunale.
Le auto saranno dunque escluse dalla mobilità metropolitana? entro certi limiti. Nel centro storico ormai circolano soltanto auto elettriche o ibride plug-in (le mild hybrid ci resteranno per poco) e anche nelle zone limitrofe bisogna stare attenti, con la velocità massima di 30 km/h divenuta ormai la prassi all’interno dei comuni.
E anche a Firenze, «lo spazio per le auto è destinato a ridursi» notevolmente, ci spiega l’Assessore alle Grandi infrastrutture, mobilità e trasporto pubblico locale Stefano Giorgetti. In carica nell’anno in cui il comune di Firenze – unica italiana assieme a Torino – è entrato nella classifica delle città leader nelle azioni contro i cambiamenti climatici del Carbon Disclosure Project.
Approfondisci: Firenze è prima in classifica tra le smart city italiane
FM: Quali i piani di mobilità di Firenze per contrastare inquinamento e crisi climatica?
Il principale strumento è lo sviluppo di un sistema infrastrutturale basato sulle tramvie, per realizzare un trasporto pubblico che integri il ferro (tram e treno) alla gomma (bus), così da ridurre l’inquinamento trasportando più cittadini con conseguente diminuzione dei veicoli privati. Oltre all’aspetto infrastrutturale, abbiamo poi messo a disposizione dei residenti e dei soggetti giuridici con sede a Firenze incentivi per ricambio dei mezzi più inquinanti con veicoli elettrici, ibridi, a gas e bifuel. Infine, stiamo realizzando lo “Scudo Verde” che, grazie a 81 varchi telematici collocati sui confini della città, bloccherà l’ingresso ai veicoli più inquinanti (fino a Euro4), creando così una grande area a basse emissioni.
FM: In che modo i cittadini hanno accolto tali cambiamenti?
Dopo un periodo di grande preoccupazione, legata soprattutto ai cantieri, le nuove linee della tramvia hanno registrato un diffuso apprezzamento: oltre l’80% dei cittadini giudica positivamente il tram e il gradimento sale al 96% tra gli utilizzatori.
FM: Quali i progetti futuri?
Il futuro vede il completamento dei progetti già avviati, come il sistema delle tranvie e della Bicipolitana, l’infrastruttura della mobilità ciclabile cittadina, e ancora l’attivazione dello Scudo Verde, la realizzazione della rete di parcheggi scambiatori, l’istituzione di nuove aree pedonali, la riorganizzazione della Ztl con un centro sempre più tutelato, accessibile per la logistica solo con mezzi elettrici e di limitate dimensioni, la messa in funzione della Smart City Control Room la super centrale per la gestione della mobilità in città.
IL LONG COVID
In futuro, guardandoci indietro, guarderemo al marzo 2020 come il mese in cui tutto cambiò. Il primo mese che trascorremmo chiusi in casa, impauriti e immobilizzati dalla pandemia, termine fino ad allora letto nei soli libri di storia e ormai entrato nel nostro vocabolario quotidiano. In futuro, guaderemo al marzo 2020 come il mese che ci insegnò un nuovo modo di lavorare.
Smart e south working
E se adesso si può lavorare da casa, l’ubicazione della suddetta smette di essere così importante. Non serve abitare vicino l’ufficio, non serve neppure abitare nella stessa città. Così le metropoli si svuotano. Milano, la città con la crescita demografica più alta del Paese, ha perso 18.000 abitanti nel giro di due anni. I lavoratori si sono trasferiti in provincia, più economica e a misura d’uomo, o sono tornati nelle città di origine, per lo più in meridione, trasformando lo smart in south working.
Prima dell’avvento del Covid, in Italia a praticare lo smart working erano in 570.000, appena il 2% dei dipendenti. A emergenza finita, il 97% delle grandi aziende italiane e il 58% delle Pmi ha attivato un programma di smart working. In media, i dipendenti lavorano da casa circa 2,7 giorni a settimana, anche nella Pubblica Amministrazione (dati dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano).
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Lo smart working di Ericsson Italia
Tra le aziende agili c’è anche Ericsson Italia, che ha recentemente stipulato un contratto sindacale che permette ai lavoratori di proseguire con il lavoro agile, così come ci ha raccontato Laura Nocerino, capo del dipartimento People (HR) in Italia e nel Sud Est Mediterraneo.
FM: Lo smart working era una pratica in uso anche prima dell’emergenza Covid?
Sì, nel 2018 abbiamo lanciato un progetto pilota che all’inizio del 2019 è diventato uno strumento strutturale all’interno dell’azienda, per un massimo di sei giorni al mese. Questo ci ha permesso di farci trovare pronti quando è scoppiata la pandemia, prima ancora del lockdown e dello stato di emergenza, ponendoci nelle condizioni di far lavorare da remoto tutta la popolazione aziendale.
FM: In che modo lo smart working ha cambiato il modo di lavorare in azienda?
Penso che la flessibilità, da sempre una componente fondamentale della nostra cultura aziendale, rappresenti uno degli aspetti chiave di questo nuovo modello di lavoro. Permette, infatti, di raggiungere un miglior bilanciamento tra vita privata e professionale, coniugando le esigenze di business con quelle individuali dei dipendenti.
FM: E per quel che riguarda la società, ci sono stati cambiamenti come, ad esempio, la fine di contratti di affitto delle sedi di ufficio?
Da questo punto di vista, non c’è stata alcuna modifica nelle nostre sedi. Ad oggi è ancora in vigore un rigido protocollo di distanziamento che ci permette di lavorare in presenza nella massima tutela della salute dei nostri dipendenti diminuendo significativamente gli spazi occupabili. Gli spazi dei nostri uffici sono stati riprogettati per poter avere una presenza di molto inferiore agli standard: il 50% in meno di scrivanie è stato un traguardo opportuno, sia per le necessità del distanziamento, sia per dare esecuzione all’accordo sul lavoro ibrido. Tutti i dipendenti delle nostre sei sedi di lavoro, attraverso un’app dedicata, possono prenotare spazi e scrivanie a seconda delle necessità personali e del team.
FM: Ci sono stati riscontri sulla produttività dei dipendenti?
L’azienda ha messo i dipendenti nelle condizioni di poter lavorare al meglio anche durante questi due anni difficili, non solo da un punto di vista meramente operativo ma anche in termini di monitoraggio e supporto del loro benessere fisico e mentale. Questo ci ha permesso di non avere un impatto negativo sulla produttività dei nostri dipendenti, che è rimasta in linea con i livelli precedenti.
FM: A cosa è dovuta la scelta di proseguire con il lavoro agile, anche a emergenza finita?
Ritengo che la pandemia abbia contribuito ad accelerare un processo di cambiamento necessario, mostrando tutti i limiti di modelli di lavoro obsoleti. La pandemia ha stravolto completamente l’ordine delle priorità evidenziando nuove esigenze che, di fatto, si sono trasformate in una nuova normalità basata su un modello ibrido.
FM: La scelta di proseguire con lo smart working è arrivata dall’alto o è stata una richiesta dei lavoratori?
Ci siamo trovati in linea quando la scelta è stata proposta da ambo le parti in collaborazione anche con le rappresentanze sindacali, che hanno collaborato con l’azienda per la definizione delle nuove modalità.
LA SMART CITY
Infine, c’è la tecnologia, motore trainante di ogni più radicale cambiamento. La tecnologia offre strumenti in grado di modificare lo stile di vita di chi li utilizza, di ridisegnare il volto delle città che li accolgono. Così, le città si sono trasformate in smart city. Essere una città intelligente: obiettivo finale di tutti i comuni dell’occidente.
Che cos’è una smart city?
Smart city è il termine utilizzato per descrive un’area urbana in cui l’innovazione tecnologica ha reso possibile l’ottimizzazione delle infrastrutture e dei servizi offerti ai cittadini. La città intelligente è quella che gestisce le sue risorse in modo intelligente, rendendosi energicamente autosufficiente ed economicamente sostenibile, senza tralasciare la qualità della vita e le necessità dei suoi abitanti. E tra le esigenze dei suoi abitanti c’è anche la mobilità.
La smart mobility urbana
Ogni smart city ha la sua smart mobility, quel complesso di strategie e infrastrutture che permettono ai cittadini di accedere in modo semplice e flessibile a mezzi di trasporto dal ridotto impatto ambientale – in termini di emissioni atmosferiche, inquinamento acustico e congestione stradale –, connessi agli altri veicoli in 5G e connessi alle infrastrutture stradali attraverso i sensori dell’Internet of Things. Tra gli strumenti della smart mobility, a fianco ai tradizionali (ma efficientati) mezzi di trasporto, troviamo:
- Soluzioni di ridesharing, ad esempio il carpooling, che sfruttano i sedili vuoti delle automobili, spingendo alla condivisione e diminuendo così il numero di vetture su strada
- Car sharing, comunale o gestito da privati e, idealmente, composto da flotte di veicoli a zero emissioni
- Bike commuting o bike sharing
- Servizi on demand, come Uber e Lyft, che consentono di chiamare tramite app un’auto a noleggio con conducente, da utilizzare per le singole corse
- Micromobilità, in sharing o privata, agevolata da strutture urbanistiche atte alla circolazione in sicurezza di monopattini elettrici e simili
L’esempio di Bologna
La smart city, dunque, non è qualcosa di futuristico, ma una realtà presente, di cui in Italia esistono diversi esempi. Tra questi, la città di Bologna, al secondo posto nella classifica Intel sulle città “più intelligenti” della nazione. Dell’evoluzione del capoluogo emiliano abbiamo parlato con l’assessore all’agenda digitale Massimo Bugani.
FM: Quali sono le strategie di Bologna per trasformarsi in una smart city?
Io mi sento di dire che Bologna è già una smart city, ha solo bisogno di raccontarsi meglio e di più. Ad esempio, dispone di un controllo semaforico satellitare coordinato con i bus e i filobus del trasporto pubblico. Se un autobus ha accumulato un ritardo superiore ai 4 minuti, scatta il verde sui semafori davanti fino al suo passaggio. Inoltre, davanti a una qualsiasi emergenza (incendio, esplosione, alluvione, terremoto, ecc.) siamo in grado di fornire alla protezione civile, in 60 secondi, una cartella dettagliata e geolocalizzata con tutte le reti infrastrutturali dell’area interessata e con una mappa dei cittadini residenti in quell’area, con informazioni su eventuali disabilità e problemi di autosufficienza. In questo modo gli interventi di soccorso saranno mirati alle esigenze, ai rischi e alle fragilità.
FM: Quali i progetti per il futuro?
Attualmente stiamo lavorando a 4 progetti: il gemello digitale, lo smart citizen wallet, la cybersecurity e il digital divide. Con il gemello digitale sarà possibile ottimizzare le scelte e simulare le trasformazioni delle città. Lo smart citizen wallet andremo a incentivare una vita di comunità che porti a una vera transizione ecologica e a importanti risparmi economici per cittadini e amministrazione. Con il corso/concorso sulla cybersecurity andremo a dotare i Comuni dell’area metropolitana di Bologna di esperti in cyber-sicurezza pronti a difendere gli enti e i cittadini da attacchi hacker e violazioni della privacy. Con il tavolo per colmare il digital divide abbiamo avviato un grande lavoro con più di 20 soggetti fra enti e associazioni territoriali, e in stretta collaborazione con la Regione, per aumentare le conoscenze informatiche dei cittadini.
FM: A proposito di cittadini, in che modo tali cambiamenti sono stati accolti dagli abitanti?
Migliaia di cittadini usano già i sistemi informatici e si sono resi completamente autonomi col proprio smartphone su tantissime operazioni che consentono loro di non doversi recare a uno sportello e i feedback sono ottimi. Sui nuovi progetti invece vedremo fra qualche anno le ricadute delle nostre iniziative.
LE CITTÀ DI DOMANI
Come saranno, dunque, le città di domani? Delinearne dei chiari contorni è impossibile. Fin dalla loro origine – circa dieci mila anni fa – le città sono state motore d’innovazione e modernità, ma con un progresso discontinuo, che alterna momenti di stasi a fase di intenso cambiamento. Oggi, ci troviamo proprio in una di queste fasi: tutto sta cambiando e tutto cambierà. Non resta che stare a guardare.
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